i am funny!

Quel giorno, Pickard il famoso impresario inglese gli chiese perché volesse fare un provino.
«Perché sono divertente». (I am funny), rispose semplicemente Stanlio.
«Come lo saì?» gli domandò Pickard, senza batter ciglio.
«Mi lasci fare una prova» replicò Stanlio, «e se non andrà bene, non la importunerò” più. Ma me la caverò, vedrà. E se riuscissi, potrei avere un parte nel suo spettacolo a “Clydebank”?».
In seguito Pickard seppe che quel bel ragazzo, dall’aspetto asciutto e dall’aria quasi solenne, era il figlio di un promettente attore di teatro e gli offrì la possibilità di esibirsi.
In fondo, Stanlio non aveva molto da perdere se si fosse mostrato incapace, ma se invece avesse dato buona prova, forse … chi può dirlo? Tutti questi pensieri ed altri ancora affollavano la mente di Stan Jefferson, colto da vari timori mentre si aggirava tra le quinte. Sembrava che stesse in attesa da ore. Sentiva di potercela fare. Sapeva che ce l’avrebbe fatta. Ma …
Jefferson? Tocca a te! Dài, forza!
Ed egli entrò in scena, eccitato, spinto dalla forza dei sogni.
Mentre si affrettava verso il centro del palcoscenico contorcendosi in una strana danza, ringraziava il Cielo che suo padre non fosse presente ad assistere a quelle macchiette. Si rivolse verso il pubblico, aprì la bocca per cantare e si esibì nella prima di una lunga serie di pantomime e di estrosi doppi sensi. Ma proprio lì, nella sala, rivolto verso il palcoscenico, vicino a Pickard, c’era Arthur J. Jefferson, suo padre.
Non c’era proprio tempo per controllare le varie emozioni: disperazione, speranza e sfiducia che gli nascevano dentro. Doveva pensare soltanto allo spettacolo e ad esibirsi dignitosamente. L’esibizione nel suo insieme fu un misto di gag copiate, di danze sfrenate e di bizzarri motti di spirito come non s’erano mai visti prima d’allora in alcuni music-hall inglesi. Per mesi Stanlio non aveva perso una battuta dei più bravi «giovani comici» che si esibivano sulla piazza.
Questi giovani che usavano un tipo di comicità ormai da tempo fuori moda, recitavano come «solisti» e nel loro spettacolo si alternavano un misto di danze e di scherzi umoristici che venivano considerati (forse per fortuna) inimitabili.
Stanlio ammirava quei giovani in maniera assoluta. Anzitutto per lui erano i migliori: Laddie Cleff, Boy Glen, Nipper Lane (che in seguito diventò famoso col nome di Lupino Lane) e altri.
Il loro ammiratore più fanatico era questo giovane del Lancashire, che li seguiva sera dopo sera, senza sosta, fissando nella sua mente i loro movimenti, le loro danze, le loro inflessioni vocali, annotando con cura ogni loro scherzo per proprio diletto prima e per poterlo eventualmente utilizzare poi. Attingendo dagli spunti comici ascoltati e completandoli con alcune sue trovate, Stanlio si era creato un ricco repertorio che poi avrebbe usato nel corso dei suoi spettacoli. Si era procurato anche un pezzo di musica originale, facendosela scrivere da un musicista di Glasgow, dietro compenso di una sudatissima mezza corona.
Con questo suo numero e con slancio vigoroso, Stanlio si era esibito di fronte a suo padre, a Mr. Pickard e ad alcuni dirigenti del -Museum Music Hall». Comincia così a Glasgow, dove la famiglia Jefferson si era stabilita nel 1905, la carriera artistica di Arthur Stanley Jefferson, meglio conosciuto come Stan Laurel, nato ad Ulverston – nel Lanchashire (Gran Bretagna) – il 16 giugno del 1889 (data più probabile secondo McCabe e Lacourbe), preceduto di due mesi a Londra da Charlie Chaplin e di qualche annetto (non si sa con precisione), nella lontana Scozia, dal meno noto James Finlayson, che in seguito lavorerà spesso nei film di Stanlio e Ollio.
Il padre, Arthur J. Jefferson, era autore, produttore, attore e direttore di teatro: capelli rossi sempre ritti in testa, un grosso ricciolo, un corpo da pupazzo, un grande showman: il degno padre di Stan Laurel. La madre, Madge Metcalfe, era anche lei attrice, piuttosto celebre e molto amica di George Arliss, star dell’epoca sulle scene londinesi (lo si ricorda ancora al cinema in un «mitico» Disraeli del 1929, girato in America da Alfred Green).
Con tutto questo il padre cercò di indirizzare i figli (tre maschi e una femmina) verso studi rigorosi e i migliori colleges, che furono ben presto disertati da Stan, desideroso di seguire le orme della famiglia!
Co? la frase -I’m Funny- (Sono divertente) si presenta al primo impresario e comincia a ottenere Particine. Nel 1908 lo troviamo però gia nella piu grande compagnia di pantomime d’Inghilterra, quella di Fred Karno. E un incontro decisivo, lo ammetterà anche lui parlando di Karno. «Non c’era nessuno come lui, non aveva eguali. Il suo nome era il box­office».
La compagnia presentava due spettacoli, Jail Birds e Mumming Birds.
Quando Stanlio si unì alla compagnia che rappresentava la commedia The Mumming Birds a Manchester, era già diventato il più famoso attore comico del suo paese. Mumming Birds, cavallo di battaglia della compagnia e del suo allor giovanissimo capocomico, Charlie Chaplin, che trasferì il lavoro circa dieci anni dopo al cinema in una celebre comica dal titolo A Night in the Show, fu considerato il più divertente e fantasioso varietà che sia mai stato portato sulle scene. Di questo spettacolo, sia in Inghilterra che in America, si è sempre parlato come del migliore atto unico di tutti i tempi.
Nella pantomima gli attori sapevano fare quasi tutti i ruoli e improvvisavano a piacimento. Per la freneticità del lavoro e per il principale impegno rivolto alla parte mimica, cioè visiva (per legge, la durata del dialogo non poteva superare i venti minuti e Karno compensava questa deficienza con le parti mimiche), la compagnia di Stan e Chaplin era un’eccezionale palestra e fucina di attori particolarmente adatti alla nuova arte, il cinema.
La compagnia riscosse enormi successi in Inghilterra e nel settembre 1910 partì in tournée per gli Stati Uniti.
Nello spettacolo Mumming Birds la bravura di Stanlio come comico si manifesta in pieno. C’era soprattutto, da parte sua, una grande capacità di mimica, e la mimica diventò una caratteristica di Stanlio, il suo stile. E ciò perché, per Stanlio e altri grandi interpreti di quest’arte, il mestiere di mimo si basava principalmente sull’osservazione dei gesti e dei movimenti del corpo, isolando i momenti belli della gestualità da quelli ridicoli per riprodurli, suscitando nello spettatore entusiasmo e ilarità.
La mimica è una scuola dura e i suoi seguaci devo?o sentire e conoscere ogni centimetro dì pelle e di muscoli nelle varie fasi di apprendimento.
L’esperienza acquisita in Mumming Birds d1mos_tro a Stanlio che un semplice gesto eseguito naturalmente, senza artifici, seguendo cioè l’inclinazione naturale risulterà sempre più divertente di ‘ qualsiasi espressione forbita o di motivi musicali comici. Fu questa dimestichezza con la mimica che consacrò Stan Laurel e Charlie Chaplin tra i comici Ideali del cine!Ila muto. Sulla nave da trasporto­ b?stiame ?ulla quale s’imbarcò la troupe dì Mumming Birds, una mattina il giov?ne Charlie Chaplin sbalordì gli ?tton _della compagnia, seduti sul ponte, intenti ad ammirare le coste degli Stati Uniti che si avvicinavano. Si alzò di scatto e sulla punta dei piedi declamo ad alta voce: «America, sono qui per conquistarti. Ogni uomo, donna o bambino di questa terra pronuncerà il m10 n?me: Charles Spencer Chaplìn- .. . Chaplm rappresenta per Stanlio un modello da seguire e da imitare.
«Era anche un uomo molto eccentrico» dice Stanlio. «E molto scontroso; talvolta anche poco accurato nel vestire. Poi, d’un tratto ci sbalordiva vestendosi in modo ricercatissimo. Sembrava che ogni tanto avesse bisogno di mostrarsi elegantissimo. In quei casi, indossava una bombetta (molto costosa), i guanti, un bel vestito, un vistoso gilet, un paio di ghette con la doppia abbottonatura e portava un bastoncino da passeggio. Mi sono rimaste impresse diverse sue piccole stranezze.
Per esempio, ricordo che beveva molto di rado, ma quando accadeva voleva solo del porto. Leggeva libri in continuazione. Una volta, decise di studiare il greco, ma l’entusiasmo si esaurì dopo qualche giorno. Poi fu il tempo dello yoga. Dopo lo yoga si mise in testa “la cura dell’acqua”, che consisteva nel non toccare assolutamente cibo per alcuni giorni e bere soltanto acqua. Poì. : portava sempre con sé il violino, in qualunque posto andasse. Lo strumento aveva le corde rovesciate per permettere anche a un mancino di suonarlo, e lui si allenava per ore e ore. Un’altra volta comprò un violoncello e anche questo se lo portava dovunque. In quei tempi Charlie Chaplin si vestiva sempre da musicista. Indossava un lungo pastrano di colore fulvo, con polsini e risvolti di velluto verde e un cappello a cencio. Si era anche lasciato crescere i capelli che gli ricadevano sulle spalle. Non si poteva mai prevedere che cosa avrebbe inventato la volta dopo. Era un tipo assolutamente imprevedibile.
Ci divertivamo tanto, a quei tempi. Charlie ed io abitavamo nella stessa stanza d’affitto ed è come se lo vedessi in questo momento, sempre intento a suonare il violino o il violoncello per coprire il rumore che facevo io mentre cucinavo del bacon sul fornelletto a gas (rigorosamente proibito). Poi, ci ritrovavamo con degli asciugamani in mano, indaffaratissimi a cacciar fuori il fumo dalla finestra.
Ricordo ancora un divertente episodio che accadde nei primi tempi del nostro arrivo negli Stati Uniti. Certamente saprete che in Inghilterra, (ma anche in Europa) di solito i clienti di un albergo, la sera, lasciano le scarpe fuori .della porta perché gli inservienti del piano provvedano a pulirle. Così feci anch’io, in modo del tutto normale, la prima notte che passammo negli Stati Uniti, in un albergo di New York. La mattina dopo, appena alzato, aprii la porta per ritirare le mie scarpe, ma rimasi di stucco perché non c’erano più. Mi precipitai allora, come una furia, dal portiere e gli domandai dove diavolo fossero finite le mie scarpe. Gli spiegai che le avevo lasciate la sera prima fuori della porta, e quello mi guardò stralunato e mi domandò per quale strampalato motivo l’avessi fatto. Glielo spiegai, ma lui sembrò non aver capito proprio nulla. In breve, le mie scarpe erano state rubate e quello fu per me un durissimo colpo perché, a quel tempo, le mie finanze erano modestissime ed era anche l’unico paio di scarpe che avessi! Così ed è proprio vero fui costretto a presentarmi in teatro vestito di tutto punto ma in pantofole. Non dimenticherò mai quelle pantofole. Su ogni piede c’era disegnata una candelina e da una parte all’altra della tomaia la scritta “Buona notte”. Sì, proprio così, buona notte!. Dovevamo essere proprio dei tipi divertenti, noi giovani inglesi dell’epoca, con il nostro stile di vita, il modo di vestirci e di parlare». (Da Mr. Laurel and Mr. Hardy di J. McCabe, cit.).
L’esperienza americana della compagnia non è positiva: i suoi attori sono troppo poco pagati e alcuni, tra cui Stanlio, cercano altre vie – da soli – verso la fortuna. Uno sketch messo in piedi assieme a un amico, Arthur Dandoe, finisce miseramente. A stento il giovane Stanlio riesce a ritornare in Inghilterra. Nemmeno qui riesce a sfondare. Ritorna da Fred Karno che prepara un altro sbarco in America in grande stile. Questa volta i salari sono più alti (per Stanlio 30 dollari la settimana) e la compagnia si avvale del nome, ormai celebre, di Charlie Chaplin, protagonista prodigio delle scene del music-hall. Proprio in questo periodo (siamo nel 1912) Stanlio conosce più profondamente il primo attore della troupe. Benché a lui coetaneo, Chaplin resterà sempre il più grande, il numero uno per Laurel. Malgrado le sue stranezze, il suo desiderio di prendersi una rivincita in ogni occasione e di essere, in definitiva, scostante, Chaplin sarà oggetto di venerazione da parte di Stanlio, che in lui vedrà sempre l’esempio, come lo era stato il padre.
Il successo della compagnia di Karno fu clamoroso, a tal punto che Mack Sennett, il primo produttore-regista di film comici in America, si assicurò gran parte degli attori compreso naturalmente il capocomico, per destinarli alla nuova forma di spettacolo. Senza Chaplin la troupe inglese si trovò decapitata. Oltre a questo, molti degli attori decisero di trovare la fortuna per conto proprio. Lo stesso Stanlio, assieme ad Edgar e Wren Hurley, forma un trio, -The Three Comìques-, che poi cambierà nome, per adeguarsi ai tempi, «The Keystone Trio» (la Keystone era la casa di produzione di Sennett e Chaplin). Naturalmente, già questa etichetta è tutto un programma. I tre rifaranno sulle scene quello che Chaplin, Chester Concklin e Mabel Normand facevano sullo schermo: a Stanlio spetterà di rifare il verso al più affermato collega. In questo periodo, nel 1916 dunque, Arthur Stanley Jefferson diventa Stan Laurel, nome più sbrigativo e meno impegnativo di quello paterno.
Il nuovo nome porta fortuna al giovane comico. Rompe il trio ormai un po’ logoro e forma coppia (anche nella vita) con Mae Dahlberg. Dopo Mae Stanlio avrà ancora 4 mogli (alcune le risposerà più volte) per un totale di 8 matrimoni.
Nel 1917 interpreta il primo film, Nuts in May, girato vicino a Los Angeles. All’anteprima sono invitati Carl Laemmle, direttore della Universal, e Charlie Chaplin, il maestro. Secondo i ricordi di Stanlio (riportati nel libro di J. McCabe) sembra che entrambi gli invitati rimanessero impressionati dalla sua prova. Chaplin gli avrebbe offerto un posto come un non ben specificato collaboratore in un gruppo di comiche che, di lì a poco, avrebbe dovuto girare con una propria casa di produzione, mentre Leammle gli propose un contratto per una serie di filmetti dal titolo Hickory Hiram. In verità, Laurel era più attratto dall’offerta del vecchio amico, ma Chaplin scomparve e l’attore accettò il contratto della Universal. La serie non superò i quattro film, ma ormai il nome di Laurel era nel giro.
Nel 1917 avviene un altro fortunato incontro, sul set di una comica ritenuta dai più mediocre – diretta da Jesse Robbins per l’attore-cowboy Broncho Bill Anderson, qui in veste di produttore, e intitolata Lucky Dog. Uno sprovveduto Stan Laurel incontra un pericoloso malandrino, in cui cappellaccio, pistola e baffoni non riescono a nascondere il volto pacioccone di Oliver Hardy. «lo e lui eravamo solo due attori felici di avere del lavoro», dice Stanlio, e infatti da questo incontro casuale (che si può vedere nel film di Robert Youngson, Thirty Years of Fun) non si potrebbe proprio intuire la famosa coppia comica. Intanto l’attività cinematografica assorbe completamente Stanlio. Non è ricercato solo come attore, ma anche come gagrnan. Presso la Vitagraph si mette abbastanza in luce, forse troppo: il protagonista (nonché regista e produttore) Larry Semon vede in lui un pericoloso avversario, e cerca con ogni mezzo di limitargli le parti e il lavoro.
La filmografia di Laurel a questo punto si fa confusa. Oltre che alla Vitagraph (il suo ultimo film con Semon è del 1921) lo troviamo attore per altre società di produzione fino a quando nel 1922-23, lo vediamo attivamente impegnato negli Studi di Hal Roach, il futuro produttore della coppia Stanlio & Ollio e uomo di eccezionale fiuto per i talenti comici.
I primi film fatti per Roach, firmati da Georg’e Jeske e Ralph Cedar, vedono Stanlio coprotagonista accanto ad una istituzione del cinema comico americano, il già allora digrignante James Finlayson. Queste comiche, di uno o due rulli al massimo, sono quasi tutte parodie di successi cinematografici dell’epoca. Seguendo l’esempio di Sennett e Ben Turpin, Roach e Laurel ripercorrono una .strada che sarà feconda fino ai tempi nostri per il cinema comico (da Totò a Mel Brooks). Alcuni titoli: Under Two Jags (per Under Two Flags), Xild Bil Hiccup (per Wild Bill Hickock) e soprattutto Mud and Sand (Fango e sabbia), parodia di Blood and Sand, cioè Sangue e arena, di Fred Niblo con Rodolfo Valentino, con Stanlio che qui si fa chiamare Rhubard Vaselino. I film di questo periodo sono, naturalmente, abbastanza scatenati. Stanlio è realmente un personaggio pieno di vita, furbo, cattivo. Solo a tratti può somigliare a Harry Langdon o al solito Stanlio che conosciamo, è più simile a Larry Semon e a Charlie Chaplin, i comici dai quali aveva imparato molto. Le affinità con Chaplin sono una stessa cultura (il music­ hall, la pantomima, l’esercizio al travestimento rapido e al cambio di ruolo: la scuola di Fred Karno si farà sempre sentire). Altre qualità più cinematografiche una certa frenesia dei movimenti, la rapidità delle trovate in scena – sembrano venire invece dal repertorio di Larry Semon, acrobata del ritmo e del film in corsa.
Tali tecniche Stanlio ha possibilità di sviluppare in una serie tutta sua, le Stan Laurel Comedies, prodotte da un vecchio amico, già attivo nel cinema come cascatore, Joe Rock. Questo gruppo di comiche (dodici) è il primo prodotto delle ambizioni artistiche di Laurel: non a caso lo resero popolarissimo e rappresentano il massimo punto di arrivo di Stanlio protagonista assoluto. . La lontananza da Roach consente maggiore libertà, ma l’influsso del potente produttore è ugualmente avvertibile, visto che registi e attori (tra cui Finlayson) sono i medesimi. Collaborano a storie e regìe lo stesso Joe Rock, il giovane Tay Garnett e, naturalmente, Stanlio che comincia a fare la parte del leone anche dietro la macchina da presa. Monsieur Don’t Care, The Snow Hawk e Dr. Pyckle and Mr. Pryde (parodia del Dottor Jekyll di John Barrymore) sono alcuni titoli di questa serie fortunata che colpì a tal punto Roach da convincerlo a scritturare Stan fino al 1938.
Lo strano è che il contratto impegnava Stanlio come gagman e regista, non come attore. Forse per seguire l’esempio paterno o per ambizione personale o per aver presto intuìto che il posto migliore (per libertà e certezza nel lavoro ecc.) era quello della mente e non quello del braccio. Stanlio vedeva il suo futuro dietro la macchina da presa. Come attore, riserva a se stesso qualche apparizione, mentre lavora con grandi tecnici come James Parrott e suo fratello Charlie Chase (ottimo comico troppo presto dimenticato dal pubblico e non abbastanza studiato dalla critica), come Clyde Bruckman, collaboratore stretto di Keaton, e – soprattutto – Leo McCarey, supervisore di molte comiche dell’epoca (tra cui la serie di Chase), e ancora Fred Guiol e l’allora fotografo George Stevens, il futuro regista Richard Wallace (i cui lavori sono oggi rivalutati da cineclub specializzati) e infine Richard Jones, già regista per Sennett, specialista delle comiche del periodo d’oro dello slapstick: nei ricordi di Stanlio, un vero maestro, quello dal quale più ha appreso.
Stanlio si forma dunque – aspettando Ollio – come cervello, gagman, soggettista. Impara il montaggio e l’arte della commedia. A stretto contatto con quelli che saranno i suoi tecnici di fiducia, getta le basi per una attività che avrà modo di svolgere a suo piacimento fino al 1940, dirigendo i suoi stessi registi, controllando. ogni fase della produzione. L’esempio di Chaplin è ancora vivo. Chiusa la collaborazione con Hal Roach i due comici fondano una loro casa di produzione; nel 1941 girano l’America con una loro rivista. Il loro ultimo film Atollo K del 1950 subisce ritardi a causa di una malattia di Stanlio.
Nel 1960 Stanlio, che dopo la morte di Ollio si è trasferito in California, riceve un Oscar speciale per la sua carriera. Morirà cinque anni dopo, il 23 febbraIO 1965.

fonte: Armando Curcio Editore; volumi allegati alla collezione delle VHS